Paolo Ferrari
Paolo
e il suo compagno
senza nome
I capitolo, IV parte (4/5)
Raccogliamo la luce, fuori piove sulla disgrazia, materia
fresca scivolosa e incapace. Raccogliere su noi stessi il limite potrebbe
rompere la cordigliera che si compone di una cima e di un'altra, di seguito,
spezzata dall'anima di un treno che non sa dove andare, amareggiato da
ritmi non suoi, snaturato e incredibile tra le labbra di quell'uomo che
brucia le sue forze in corna subentranti.
" Gombì gissì ghemghén scìcaì
tocà amà harà nì camù stamèhai,
moè idémossù "
e sia pure così, perché fermare l'attrazione di gravità
che spinge e afferra e scalpita nel delirio di una intera notte sul lato
di un fiume tristezza incerto, laborioso tramite di chi sa, mordendo il
vomito che vuole uscire, conati di voci incoerenti, scudieri e martini
che colpiscono l'interno di una cattedrale crudele, perché non
c'è riposo e il principe riposa sul letto di piume e intrattiene
i suoi uomini in vecchie dispute, dopo aver vinto la battaglia e posto
ai suoi piedi le teste nemiche, prese mentre Ludovico si stringe al riparo
della sua testa ribelle, sdrucita e ammalata percorsa da ritmi pazzeschi
(una antica preghiera in un tempio scosceso sdrucito di gente, priva di
testa):
" tameè, tó mó sù cotó nó
iosù ó
CASCÍCOMI CASCÍCOMT MÓ MAÓSC ".
E Franco, l'angoscia respinge, gli occhi bagnati, la fronte tremante,
le guance infanti, senza gambe, il pene 'lontano: un suono di violino,
le note son vere, più forti. La gente che ascolta, un senso d'armonia,
una luce profonda, caldi sospiri, non posso, ho paura non posso io voglio,
la colpa, e se scivola via?
Il suono è accolto dalla gente che guarda, si siede d'intorno,
insieme lentamente e ascolta.
" Io sono sotto le coperte, mi sono allontanato, non potevo quello
degli altri, e il suono mi insegue. Io scappo sotto, poi più sotto,
le note bruciano, si mescolano insieme, un vortice monotono, sempre più
veloce, su sé d'intorno, è tutto intero e io sprofondo.
Il vortice s'avvicina, io scappo sotto. Le note mi prendono il letto,
strappano la coperta, nudo rimango fino al pene coperto ".
E un sogno, mi dice.
E la pioggia continua a cadere sospinta dal suono che tocca per terra,
s'allarga, perché quel povero uomo crepa nel letto? Un tremito
immediato, non voluto, sottratto a sé, ad ognuno, la bava alla
bocca, si spacca la schiena e gli occhi si chiudono. Un attimo, poi un
altro. Un ricovero e poi un altro. Di solito è per la strada, non
fa niente, né lavoro, né gente, né pane, né
mani, né cani, poi la prigione. " Lasciatemi morire ",
appena dopo la crisi. E lui è vicino, io lo so. Vicino al niente
che ha con sé il principio di lei che mi dice che è stanca,
di lei che è andata a comprare le arance al mercato comunale, di
lui che cerca un abito adatto per il matrimonio, dell'altro che mastica
una cicca alla menta e m'arrabbio. Perché non capire? Perché
l'angoscia, essere soli, ferire il pensiero perché esca sangue
qui sul tavolo bianco. " Oh... " " h... che vuoi...? ".
Stammi a sentire!...
Se l'acido fermenta nella tinozza di acqua fresca ruba un attimo all'intuito
e portalo nel respiro che alberga dentro lo stomaco e lascialo che vegeti
vicino al confine dove rigenera il male materia... chiara... rampicante
e fatta di bacche rosate, stupendo di detti marci e nisorti. Son grandi
eppure la pioggia cade e la Sicilia crepa tra mesi di arsura. Bere, intuire,
sapere, dove la logica si intreccia tra l'eguale e il diverso è
diverso e il diverso è diverso dall'eguale, e poi un'altra cosa:
è stare a far niente che il vaso di fiori qui di fronte s'apre,
s'arrende spreme colori s'annera, un nido e poi sapore di miele e anche
basilico, sospeso tra 'le vertebre di uno scimmione che salta, rumina
e s'annida l'uccello, che compie un volo leggero e se ne va. E aperto
e il coperchio vien posto. Sei tu quello, sei tu, disgraziato, che vuoi
coprire il pensiero di morte? O il pensiero d'aprile della gente? Sali
in .quell'appartamento dove s'aggira la morte. La senti che balia? Sono
dieci le persone, una madre, un padre
e i figli. Son vivi e guadáteli bene, sono fantasmi di legami che
stringono non visti, dietro la terra. Si dice il male. E solo questione
di stracci che vogliono passare per ampi ricami. Ascolta:
Tuo padre:
un adoratore di coppie divise, una di qua, una di 'là. Tu sei qui
e vieni con me. Tu sei lì, e vai per te. In pensione, a fare i
piaceri. E un uomo potente, chiassoso di dentro assente senza 'la faccia,
il corpo le mani nascoste dove finisce la china. Li si deve arrestare.
Più in là c'è la morte. Lo sa, ma tace, non dice,
santificare, esorcizzare, dominare, ruminare, mangiare, stuprare, rideva
ma sempre serioso.
La madre:
silenzio. Sei mio. Il mio braccio, o che, non so, una gamba, una varice,
o anche un'estroflessione della pancia. Oppure anche il clitoride, il
prolasso vaginale. Qualsiasi cosa, sei mio, non tuo, non uguale, non diverso,
non umile, non duro, non vero, non lucido, intelligente, sapiente, volenteroso,
capace e anche un po' crudele.
I figli:
boh? Chi lo sa? Strascicare 'le gambe, fumoso è il giorno come
la notte, la pioggia è di carne soave. Celeste, (è il suo
nome), gli piace il dolce e muove gli spiriti sotto il piattino. Si ferma
e si guarda all'intorno. Gli occhi celesti come la bocca, diluito, santo.
Batte un pugno: son io, e giace inerte, rattrappito vicino alle palle
che entrano nell'ombelico scegliendo le ultime cose sancite dalla legge,
un passaggio leggero, sfiorare e scomparire. Stella, (l'altra figlia),
non può piegarsi, è piena alla vita di fanghiglia dorata,
forunc~1i, e se andiamo, andiamo ad ucciderci. Se stiamo, siamo già
morti.
Gli altri son lì mastice incollato e il corpo marcisce.
Ascolta:
un anno andavo a fare un salto nel vuoto.
Un occhio vidi, poi l'altro, poi un terzo ed erano miei e ne feci venire
un altro fuori. Questo era maledetto. Dio guardava dall'alto e io nella
cantina, salire brevi scale, uscire. Il tempo e il cielo stellato. Poi
pensi tutti gli altri gli occhi, perché ero solo. Un altro anno
tentai: un braccio, due, tre, quattro, comparve una mano, due. Mi fermai.
Erano mie. E le altre braccia? Le lasciai. Son lì, andrò
a riprenderle. Sono pensieri di lumi nascosti tra le nebbie padane vicino
al delta verso ponente, dove si albeggia quando si vuole, dove il tramonto
cresce tra le viole, senza pensieri di sorta, dove la notte stupisce i
contadini perché l'aspettano e sanno che viene, perché la
vogliono. E non c'è sentimento, non c'è crepuscolo, non
c'è il mostro, né dolce, né caldo né poesia,
né conoscenza, né ispirazione, soltanto coscienza che il
mondo parla e lo devi ascoltare e capire e non dice nulla che tu non sappia
perché lo hai già. Basta saperlo. Ho provato. Quel l'altro
ha detto che sono matto, tu sei matto, la notte è matta il cerchio
è matto e 'la margherita, l'industria e chi progetta, 1. musica
e anche la finestra da dove scroscia il sentire la pioggia Ma poi si è
fermato, bastava solo un poco, un poco più di co scienza, e fosse
matta anche questa. Ma lui diceva e suonava il cervello scandiva il tempo
e la pazzia stava a guardare, po doveva correre, scappare, andare a rifugiarsi
nel corpo rossastro di quell'uomo con crisi subentranti. Infine nella
prigione e po all'ospedale: e fatemi morire, non ne posso più.
Correre d piante, vortici nei tronchi, segni lasciati che fermano tralci
d sole e inchiodano spine e recinti, la prigione nel corpo: e lascia temi
morire. Senza pigiama, " dagli almeno il tuo ", mi dice la Paola,
mi ha guardato, " non ce l'ho fatta, sono scappata via "Gli
occhi profondi, fissi, erano quattro, io lo so, ma prenderli come si fa?
Cercare i piedi le scarpe, le punte bagnate di freddo e di pioggia, un
poco di neve e asciugarli al sole d'inverno venne l'estate. In Sicilia
piovve d'agosto, il 15.
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